Luce sul sentiero http://www.lucesulsentiero.it/wp Assemblee di Dio in Italia CHIESA CRISTIANA EVANGELICA Casale Monferrato (AL) & Tortona (AL) Sun, 13 Sep 2020 09:06:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.0.10 http://www.lucesulsentiero.it/wp/wp-content/uploads/2015/12/cropped-logo_sun-70x70.png Luce sul sentiero http://www.lucesulsentiero.it/wp 32 32 Conseguire e conservare la vittoria http://www.lucesulsentiero.it/wp/conseguire-e-conservare-la-vittoria/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/conseguire-e-conservare-la-vittoria/#respond Sun, 13 Sep 2020 09:06:06 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1358

“Questa è una freccia di vittoria da parte del Signore” (2 Re 13: 14-19)

In questo capitolo viene riportata la storia degli ultimi momenti di vita del profeta Eliseo. Ci troviamo al tempo del re Ioas, salito al trono di Samaria dopo la morte di suo padre, Ioacaz, e che eredita un regno che è in difficoltà, perché anche se Dio aveva in passato manifestato misericordia verso suo padre, rendendolo vittorioso contro i Siri, nemici d’Israele, in seguito però suo padre non fece nulla per conservare e mantenere la benedizione che Dio gli diede attraverso quella vittoria. Al contrario nonostante fosse rimasto con pochi soldati non fece nulla per aumentarne il numero e trascurò per lungo tempo questo problema. Quando Ioas, suo figlio, sale al trono si trova quindi in questa situazione.

La Bibbia ce lo insegna ed è confermato dall’esperienza, che  non è difficile ottenere delle benedizioni da parte del Signore: chiunque si avvicina a Dio per chiedere un Suo intervento, scoprirà che Dio risponde, è questa è una benedizione. Così come non è complicato ottenere delle vittorie per la fede, nell’esperienza cristiana. Ma la gestione delle benedizioni e delle vittorie in modo che ne possiamo godere il frutto anche dopo nel tempo, non è cosa scontata! Si possono ricevere grandi benedizioni, ma si può perdere il frutto di quelle esperienze, e noi in qualità di credenti non possiamo permettercelo.

 Quando Ioas fu informato che il profeta Eliseo, colui che lui considerava il liberatore d’Israele perché attraverso di lui suo padre ebbe la vittoria, si preoccupò ed ebbe paura. Ioas va a trovare Eliseo, piange davanti a lui e gli dice che è stato lui la forza per il popolo d’Israele e ora teme di non avere più nessuna sicurezza e di rimanere solo con le sue debolezze e le sue difficoltà. 

La risposta che Eliseo da al re Ioas ci è di insegnamento oggi per farci comprendere come poter conservare le vittorie che Dio ci dona. Dio spesse volte ci benedice, con la Sua parola, con la Sua guida nei momenti difficili, con la Sua consolazione nei momenti di sconforto, con dei miracoli, ma non è scontato che queste benedizioni durino per sempre. Si può vincere una battaglia e commettere l’errore di credere di aver vinto la guerra, ma non è così. Non dobbiamo perdere la fede, perché proprio come volle insegnare Eliseo a Ioas, Dio dopo averci dato la vittoria vuole che noi la conserviamo.

Per prima cosa dobbiamo essere sempre preparati, svolgendo il nostro dovere di credenti. In passato il re Ioacaz e poi suo figlio Ioas avevano trascurato il loro impegno per una riforma concreta del loro regno, ma ora Eliseo gli chiede di impugnare un arco e delle frecce.  Come credenti dobbiamo compiere ciò che il nostro dovere rivestendo sempre la completa armatura di Dio ( Efesini 6: 10-17) per lottare contro il nemico spirituale e contro le nostre stesse debolezze. La benedizione di una esperienza passata non ci garantisce il successo per il futuro, ne le lacrime servono a darci sicurezza. Il primo passo per la vittoria è rivestire l’armatura di Dio.

C’è un’arma che Dio ci ha fornito per le nostre lotte spirituali ed interiori: la Sua Parola. La Parola di Dio (la Bibbia) è l’arma che ci permette di vincere. Se questa Parola non la leggi e non la mediti, non saprai come affrontare le prove e le difficoltà. Se non mediti la Parola non saprai mai da quali difetti devi essere liberato e come Dio ti libera da essi. Qual è l’infedeltà che devi abbandonare e la vanità che devi lasciare. Questa Parola può essere paragonata all’arco che devi impugnare e saper usare. Le preghiere sono raffigurate a delle frecce che con fede scocchiamo verso Dio il quale ci da la vittoria. Abbiamo bisogno quotidianamente di prendere arco e frecce perché il combattimento della fede non è finito, finché siamo in vita ci sarà sempre una lotta spirituale da combattere. Ci sono aspetti della nostra vita che vogliamo vedere cambiati e, forse, altri che vogliamo vedere debellati. Quando ci disponiamo a riporre la nostra fede in Dio e accettiamo la Sua parola, Egli ci starà vicino e ci guiderà, aiutandoci ad indirizzare le nostre preghiere e allora scopriremo che non sono le nostre capacità a darci la vittoria ma sono le mani di Dio sulla nostra vita.

Tratto dalla meditazione di Domenica 12/01/2020 del Past. Salvatore Cignolo

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Dio non è in ritardo http://www.lucesulsentiero.it/wp/dio-non-e-in-ritardo/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/dio-non-e-in-ritardo/#respond Thu, 03 Sep 2020 07:00:42 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1353

Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno. Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa … (2 Pietro 3:8-9) 

L’esortazione, dell’apostolo Pietro, riguardo l’adempimento delle promesse di Dio, assume un’incisività maggiore, perché Pietro aveva toccato con mano, l’avvertimento dato dal Signore la notte che lo tradì. Forte di quella esperienza, ricorda ai credenti che il Signore: non ritarda l’adempimento della sua promessa …(3:9). L’uomo è sottoposto al tempo, mentre, Dio è il sovrano del tempo, con questa dichiarazione, fa leva alla memoria di ogni credente: Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno (3:8). Quest’affermazione: per il Signore un giorno è come mille anni, e viceversa, esalta la perfetta qualità di Dio. Solo il Signore ha il perfetto controllo del tempo. Ogni uomo non ha il controllo del tempo, spesso siamo in ritardo o in anticipo, mentre, Dio ha una perfetta gestione del tempo. Egli non ha problemi di tempo, perché sa gestire un giorno come se fossero mille anni e viceversa. Il tempo è sotto il Suo controllo e non il contrario. Dio è eterno! Carissimi, per noi, il tempo è uno scorrere di giorni che segnano la nostra vita, difatti, contiamo gli anni, mentre, per Dio il tempo è un costante presente. Per noi, il tempo viene diviso in passato, presente e futuro, dove abbiamo rimorsi per il passato, spesso per il tempo che abbiamo perso, non riusciamo a gestire il presente, e non parliamo, del futuro, che genera l’ansia. Anche per quest’anno ricorda che Dio non è in ritardo.

Dio ci benedica!

A cura del Past. Dott. Antonino Carlo Manuguerra

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Vincere la tempesta http://www.lucesulsentiero.it/wp/vincere-la-tempesta/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/vincere-la-tempesta/#respond Sat, 29 Aug 2020 12:27:58 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1349

Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull’acqua e andò verso Gesù. (Matteo 14:28- 29)

Nella tempesta si possono fare esperienze personali. Simon Pietro vivrà un’esperienza che non dimenticherà mai più: camminare sulle acque. Camminare sulle acque è una cosa impossibile agli uomini, diventa ancor più difficile farlo in mezzo ad una tempesta. Simone, dopo aver sentito la voce di Gesù che affermava: Coraggio, sono io; non abbiate paura!, esprime una richiesta particolare: Signore se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua. Simone stava vivendo un momento di profonda incertezza. La sua vita era sballottata dalle onde del mare in tempesta, il vento che soffiava incuteva paura, e poi, Gesù che si avvicinava a loro in piena notte, camminando sulle acque tutto risplendente. Alla vista di un essere risplendente, i discepoli esclamano: è un fantasma! Quante volte, immersi nelle nostre tempeste viene a mancare il solido terreno della sicurezza, della certezza e della pace. La tempesta, non è solo esterna alla nostra esistenza, vi sono tempeste dentro di noi, abbiamo cuori e menti agitati, in confusione. Pietro voleva certezze, desiderava vincere quel momento di avversità. Se desideri avere stabilità nella tempesta, devi dirigere la tua vita verso il Signore, come fece Pietro, chiese a Gesù: Signore … comandami di venire da te. Nella tempesta è propizio che ogni credente si avvicini a Gesù e non si allontani dal Signore. Simone, come esperto pescatore sapeva che non si può camminare sull’acqua, ma riconosceva l’autorità di Gesù e chiese il permesso, la parola del Signore. Il Signore gli ordinò: Vieni! Una sola parola basta a Gesù per governare la tempesta, Simone aggrappatosi a quella Parola camminò sulle acque. Carissimi, si vince la tempesta se abbiamo fede in Gesù e nella Sua Parola.

Dio ci benedica! 

A cura del Past. Dott. Antonino Carlo Manuguerra

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Sana solitudine http://www.lucesulsentiero.it/wp/sana-solitudine/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/sana-solitudine/#respond Mon, 29 Jun 2020 20:10:09 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1344

La gente dunque, avendo visto il miracolo che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo». Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo (Giovanni 6:14-15)

Gesù, dopo la moltiplicazione dei pani, ordina ai Suoi discepoli di passare all’altra riva. Nel frattempo, il Signore si ritira tutto solo sul monte, perché sapeva che stavano “per venire a rapirlo per farlo re”(Giov. 6:15). Gesù ricerca la solitudine per sfuggire a quella circostanza: primo, quando seppe le intenzioni di alcuni di farlo re, perché erano stati saziati senza aver provata alcuna fatica, il Signore si ritirò tutto solo. La solitudine ricercata da Gesù è dovuta al fatto che non volle prestarsi a quel piano che poteva, anche avere la sagoma, il carattere e le motivazioni dottrinali: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo»; ma non rientrava nella perfetta volontà del Padre. Quella proclamazione era solo il risultato di “pance piene” e non di “cuori trasformati” dalla Parola, dalla persona e dalla gloria del Signore Gesù. Più tardi, molti discepoli lo abbandoneranno perché il Suo parlare risulterà duro (Giov. 6:66); secondo, perché Gesù desiderava pregare (Matteo 14:23). La solitudine ricercata da Gesù non è il risultato di un’attitudine superba: Chi si separa dagli altri cerca la sua propria soddisfazione, e si irrita contro tutto ciò che è giusto (Prov. 18:1 ) e, nemmeno, quella di cadere nella pigrizia o nel peccato, ma il desiderio di stare solo in preghiera per rimanere al centro della volontà di Dio. Carissimi, se per fare il volere di Dio, bisogna qualche volta cercare di rimanere da soli per evitare il volere errato degli uomini, sappiate che quella solitudine ricercata sarà una sana solitudine!

Dio ci benedica!

A cura del Past. Dott. Antonino Carlo Manuguerra

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Sempre verdi http://www.lucesulsentiero.it/wp/sempre-verdi/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/sempre-verdi/#respond Sun, 07 Jun 2020 13:39:31 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1339

Ma io sono come un olivo verdeggiante nella casa di Dio; io confido per sempre nella bontà di Dio. (Salmo 52:8)

L’olivo come albero fa parte della categoria dei sempreverdi. L’espressione in particolare: un olivo verdeggiante, indicata nel salmo da Davide è un riferimento alla fede riposta nel Signore sempre. Chi confida nel Signore sarà ricompensato dalla bontà del Signore. Il Salmo 52 viene scritto da Davide in un periodo molto particolare della sua vita, quando lo stolto Doeg cercò di fargli del male mentre fuggiva da Saul (I Sam. 21:7). Quest’uomo era il capo dei pastori dei greggi del re Saul. Davide comprese che la benedizione del Signore non è legata al parlare degli uomini, alle cose che possono dire o alle loro azioni che possono fare, ma dipende dall’amore di Dio. Le labbra di Doeg non erano state generose nei suoi confronti, quando lo denunciarono in presenza del re Saul, di averlo visto cercare rifugio a Nob, presso il sacerdote Achimelec (I Sam. 22:9, 18-19). Questo produrrà la morte di Achimelec e degli altri sacerdoti residenti nella città di Nob, per ordine del re Saul attraverso la mano di Doeg. La dichiarazione e, in secondo atto, l’azione di Doeg procurarono un profondo dolore nel cuore di Davide, per la morte del sacerdote Achimelec. Nella sua afflizione, Davide è consapevole che Dio conduce a termine il Suo piano anche in situazioni difficili: Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno (Rom. 8:38-39). Davide si aspetta solo del bene dal Signore (Sal. 52:9), per questo esclama: io confido per sempre nella bontà di Dio. Carissimi, ecco, ciò che lo rende verdeggiante, la fiducia nell’amore di Dio.

Dio ci benedica!

A cura del Past. Dott. Antonino Carlo Manuguerra

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Cantare a Dio http://www.lucesulsentiero.it/wp/cantare-a-dio/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/cantare-a-dio/#respond Thu, 21 May 2020 21:03:37 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1335

Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico al Signore: «Io canterò al Signore, perché è sommamente glorioso; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere (Esodo 15:1)

Tutto Israele, dopo aver attraversato il Mar Rosso, cantarono un cantico al Signore, echeggiando quello che Dio è e cosa Egli fa! Dall’altra sponda, prima di attraversare il Mar Rosso, Israele non avevano cantato un inno, bensì, si erano elevati parole di lamento, di paura e di sconforto quando videro l’esercito egiziano alle loro spalle. Dio invitava il Suo popolo a rimanere fermi ponendo fiducia nella Sua promessa (Es. 14:10-18). Quando realizzarono la salvezza operata dal Signore e raggiunta l’altra sponda del Mar Rosso, cantarono al Signore. Il cantico a Dio racconta la personalità e il carattere del Signore: Io canterò al Signore, perché è sommamente glorioso; e quanto Dio ha fatto per il Suo popolo: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere. Israele cantava perché aveva realizzato la grandezza della salvezza che Dio aveva operato in loro favore, seppellendo in mare cavallo e cavaliere. Il credente può cantare a Dio perché il Signore ha sconfitto il nemico, che diceva: “Inseguirò, raggiungerò, dividerò le spoglie, io mi sazierò di loro; … (v. 9). Questo era il piano degli Egiziani, ma non si è realizzato contro Israele, perché Dio ha seppellito i loro disegni ed ha sconfitto le loro trame! Il nemico può dire tutto quello che vuole, ma Dio sovvertirà ogni suo pensiero e progetto. Carissimi, cosa insegue la nostra vita? C’è qualche vecchio peccato, vizio, paura, difficoltà, ansietà ecc.; che continuano a inseguirci. Tutto minaccia e grida alle nostre spalle: distruzione, distruzione!!!, ma il soffio del Signore seppellirà ogni cosa (v. 11). Canta a Dio, perché Egli solo può salvare.

Dio ci benedica!

A cura del Past. Dott. Antonino Carlo Manuguerra

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Il sacrificio di Cristo http://www.lucesulsentiero.it/wp/il-sacrificio-di-cristo/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/il-sacrificio-di-cristo/#respond Mon, 11 May 2020 07:00:50 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1329

“Così pure, i capi dei sacerdoti con gli scribi e gli anziani, beffandosi dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Se lui è il re d’Israele, scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui»” (Matteo 27:41-42)

IL SACRIFICIO DI CRISTO

I capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani in realtà stavano proponendo “un tipo di fede”, come possiamo notare dall’espressione “…scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui” (v.42). Si tratta di un tipo di credenza che riteneva addirittura possibile un miracolo: un moribondo, inchiodato mani e piedi alla croce, che si libera, sottraendosi al mezzo del suo supplizio, strumento che presto lo avrebbe ridotto cadavere! Proponevano altresì “una forma di cristianesimo”: “…scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui”, cioè crederemo in Cristo, Colui che dal punto di vista storico è da molti studiosi considerato il fondatore del cristianesimo. 

La tentazione di ricevere una salvezza escludendo il sacrificio di Cristo, senza cioè dover sperimentare il ravvedimento dal peccato sulla base della virtù espiatrice e propiziatrice dell’opera di Gesù Cristo, è dunque antica, ma è altresì remota l’idea di una vita cristiana che sa più di adesione ideale ad una religione, ad un credo, invece che di autentica conversione, frutto della trasformazione del cuore e della condotta, sostenuta da una certezza assoluta e inamovibile di vita eterna.

IL SACRIFICIO DI CRISTO E IL SUO VALORE

Il sacrificio di Cristo era indispensabile ai fini della salvezza dell’essere umano!

Dio avrebbe potuto ignorare il peccato, voltarsi dall’altra parte, far finta di non vederlo, insomma tollerarlo, ma perché potesse essere perdonato occorreva l’espiazione della colpa, bisognava dare corso alla sanzione inflitta al peccatore dall’infallibile tribunale divino, all’estrema conseguenza del peccato, cioè al suo salario, vale a dire la morte. 

Il peccato andava castigato in quanto odioso e vergognoso: “Tu hai amato la giustizia e hai odiato l’iniquità” (Ebrei 1:9); perché soltanto attraverso lo spargimento del sangue innocente di una persona eccellente e senza peccato, di una vita immacolata e infinitamente sussistente, c’è perdono, poiché “senza spargimento di sangue non c’è perdono” (Ebrei 9:22). 

Soltanto il sacrificio di Gesù Cristo è allo stesso tempo “totalmente espiatorio”: “Perciò, egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo” (Ebrei 2:17) ed “efficacemente propiziatorio”: “Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2). “Espiare” ha a che fare con la giustizia di Dio. “Propiziare” ha a che vedere con la santità di Dio.

“Espiare” riguarda il rimedio al male e al peccato, attiene quindi alla rimozione del peccato e della colpa. Se il peccato è stato rimosso, Dio non ha più alcun conto in sospeso con il credente per il peccato commesso. 

“Propiziare” si riferisce alla soddisfazione della persona offesa. Con la propiziazione Dio è sempre ben disposto verso di noi e pienamente, completamente soddisfatto di noi in Cristo Gesù! L’ira di Dio è stata così “scaricata” su Cristo in maniera totale e completa, causando l’“abbandono”: “E, verso l’ora nona, Gesù gridò a gran voce: ‘Elì, Elì, lamà sabactàni?’ cioè: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’” (Matteo 27:46).

Perciò, sia l’espiazione sia la propiziazione sono frutto del sacrificio di Cristo sulla croce. La nostra morte potrebbe soltanto pagare per la pena, cioè per la punizione del nostro peccato, ma non avrebbe alcuna facoltà di acquistarci il perdono del peccato, tanto meno la comunione con Dio o anche una vita santa, consacrata e men che meno la vita eterna, insomma con la nostra morte resteremmo nella morte! 

Il sacrificio di Cristo permette al peccatore ravveduto di incontrare un Dio il cui volto risplende di favore e di benevolenza, che lo accompagna per tutta la vita con la Sua grazia e con la Sua provvidenza, è stato tutto risolto sulla croce da Cristo Gesù!


IL SACRIFICIO DI CRISTO E LA VITA CRISTIANA

Una fede che esclude il sacrificio di Cristo risulterà anche comoda, perché spazza via dalla prospettiva terrena la deprecata, da alcuni, necessità del ravvedimento e cancella dallo scenario dell’eternità la separazione senza fine da un Dio santo e buono, giusto e misericordioso, ma in pratica si rivela falsa, ingannevole, illusoria e impotente. 

Una fede che omette il sacrificio espiatorio di Gesù sulla croce ci lascerà in eredità un uomo con poteri straordinari, capace di risolvere tutti i problemi di salute fisica, di piaghe sociali, di emergenze umanitarie, (Gesù infatti prima e senza la croce ha guarito, sfamato, liberato, consolato uomini e donne di ogni estrazione e ceto sociale), ma non ci garantirà la liberazione dal male più grande, il peccato e la sua estrema conseguenza, la morte. 

Ci provvederà una sorta di “nuovo paradiso terrestre”, ma non potrà assicurarci l’accesso a quello celeste!

Una fede che cancella il sacrificio di Cristo produrrà una vita cristiana priva di gratitudine, di consacrazione, di riverenza per il Signore e per la Sua Parola, di amore per il Suo popolo e per le cose spirituali, perché il credente non si considererà “un tizzone strappato dal fuoco” (cfr. Zaccaria 3:2).

Infatti, sapendo di essere stato come Lot misericordiosamente strappato dal fuoco, cioè come frutto di grazia e non di merito, tanto che siccome “indugiava…quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, perché il Signore lo voleva risparmiare” (Genesi 19:16), allora vivrà una vita colma di gratitudine, di consacrazione e di servizio, nonché di gioia. Sapendo di essere scampato dal fuoco dell’altare come Isacco per un sacrificio sostitutivo, per i credenti quello della persona immacolata di Cristo Gesù, vivrà una vita piena di timore, di sottomissione e di ubbidienza. 

Sapendo che come i figli di Core, che “non perirono” (Numeri 26:11), anche lui è scampato dal fuoco della distruzione, marcherà sempre maggiormente le distanze dal peccato, lodando continuamente il Signore, come appunto i figli di Core, memori com’erano delle perniciose conseguenze che l’iniquità comportava, che rimasero stampate nella memoria di quegli uomini usati da Dio per comporre salmi di lode e di ringraziamento. 


IL SACRIFICIO DI CRISTO E LA SANTIFICAZIONE

Il bisogno più grande che un credente avverte subito dopo la salvezza è la “pietà”, l’esercizio del culto personale e privato che produce una vita consacrata, una condotta esemplare, una devozione quotidiana che deve essere svolta non innanzi tutto come testimoni, servitori di Cristo, ma in qualità di figli adottati nella famiglia di Dio, che amano stare con il proprio Padre celeste.

E la pietà, cioè una fede vissuta nella continua devozione a Dio, che produce trasformazione dei pensieri, delle parole e della condotta, non si può vedere se non in virtù del sacrificio di Cristo, perciò l’Apostolo Paolo collega la pietà all’opera compiuta dal Salvatore: “Senza dubbio, grande è il mistero della pietà: Colui che è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra le nazioni, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria” (1 Timoteo 3:16)!

Non possiamo vedere la nostra vita cambiata per il nostro esercizio quotidiano, per le nostre virtù di carattere, per le nostre capacità, i nostri talenti naturali, la nostra forza di volontà, ma per le virtù del sacrificio di Cristo sulla croce, che vengono quotidianamente applicate alla nostra vita dallo Spirito Santo: “E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” (2 Corinzi 3:18).

La salvezza è incentrata tutta su Cristo, Egli è il nostro sufficiente Salvatore, per il Suo sacrificio siamo perdonati, purificati, giustificati, rigenerati, adottati nella famiglia di Dio, ma anche la santificazione ruota tutta intorno al sacrificio di Cristo: è cristocentrica l’una, così come lo è l’altra. 


IL SACRIFICIO DI CRISTO E LA PREDICAZIONE

Anche una predicazione che scade semplicemente nell’oratoria o che si prefigge di intrattenere anziché convertire e che deroga dall’annuncio del Vangelo è una seduzione da scongiurare: “Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza” (2 Corinzi 2:3,4).

Non è nemmeno auspicabile la mutazione genetica, tollerata e a volte anche incoraggiata, della missione della chiesa in qualcos’altro che non sia il sostegno della verità, innanzitutto nell’annuncio del Vangelo, unica speranza del mondo. Occorre evitare un approccio antropologico, che pone l’enfasi esclusivamente sulla cultura, la preparazione accademica, la conoscenza meramente intellettuale, e che esalta quindi l’uomo, i suoi successi, i suoi traguardi raggiunti, che però non può né salvare, ma ha bisogno di essere salvato, né edificare, perché lo può soltanto se parla da parte di Dio, ma bisogna ritornare ad un approccio cristologico e pneumatologico della predicazione, quello biblico e pentecostale: “E io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunziarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso. Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Corinzi 2:1-5: notare che il termine “potenza” utilizzato due volte nel brano è lo stesso di Atti 1:8!).

I cuori si possono schiudere alla salvezza, alla consacrazione, al servizio solo mediante un annuncio fedele del Vangelo, perché esso stesso è “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Romani 1:16, anche qui il termine “potenza” è lo stesso di Atti 1:8!), nella potenza dello Spirito Santo e non con discorsi persuasivi di sapienza umana.

Deve essere una scelta, un proponimento fermo, consapevole “…poiché mi proposi di non sapere altro tra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso” (v.2), perché quello che sceglieremo quello avremo! 

Tratto da: Risveglio Pentecostale Febbraio 2020 Eliseo Cardarelli


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Completamente trasformato http://www.lucesulsentiero.it/wp/completamente-trasformato/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/completamente-trasformato/#respond Wed, 15 Apr 2020 13:14:57 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1315

“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E l’uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l’alba». E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!» L’altro gli disse: «Qual è il tuo nome?» Ed egli rispose: «Giacobbe». Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto». Giacobbe gli chiese: «Ti prego, svelami il tuo nome». Quello rispose: «Perché chiedi il mio nome?» E lo benedisse lì. Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata». Il sole si levò quando egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dall’anca. Per questo, fino al giorno d’oggi, gli Israeliti non mangiano il nervo della coscia che passa per la giuntura dell’anca, perché quell’uomo aveva toccato la giuntura dell’anca di Giacobbe, al punto del nervo della coscia.” (Genesi 32:24-32)

La seguente meditazione è tratta dalla storia contenuta nel libro della Genesi, in cui un uomo di nome Giacobbe, colui che diventerà il patriarca del popolo d’Israele, trovandosi in un momento molto difficile della sua vita, nel mezzo di una vera crisi interiore, ebbe un incontro personale con Dio, dal quale ne uscirà completamente trasformato, partendo dal nome Giacobbe (letteralmente significa Imbroglione), che diventerà Israele (significa principe di Dio), fino all’intero suo essere. Giacobbe, circa 40 anni prima di questo evento, aveva avuto una rivelazione di Dio presso Betel (Genesi 28), tramite un sogno, ricevette un bagliore della gloria del Signore, ma non aveva assolutamente compreso che quella luce serviva per avvicinarsi a Dio che vuole cambiare il cuore e la vita delle persone. L’esperienza vera e profonda con Dio è una benedetta, concreta realtà e non un sogno. Non basta una conoscenza di Dio intellettuale, occorre un personale incontro con Dio.

Prima che avvenisse l’incontro con Dio, Giacobbe stava attraversando un’angosciante crisi per l’incontro che stava per avere con suo fratello Esaù, con il quale, anni prima, aveva avuto un rapporto burrascoso e si erano allontanati in malo modo. In questo momento, quello era il problema che lo affliggeva, mentre cerca di trovare da solo un modo per risolverlo comincia ad avere paura ed entra in crisi. Chiede alla sua famiglia di proseguire il cammino senza di lui e rimane da solo. In un tale momento di solitudine e timore, di profonda crisi dove non c’era nessuno che lo potesse aiutare, ecco che Dio gli appare in forma umana e i due cominciano ad afferrarsi l’uno all’altro. Dio vuole incontrarti personalmente! Dio vuole fare qualcosa di straordinario e potente nel cambiare radicalmente la tua vita! Egli ti vuole tra le Sue mani perché solo così ti può trasformare. Come Giacobbe, anche noi abbiamo bisogno di incontrare Dio, perché Dio è un Dio personale, che parla individualmente e personalmente. 

Chissà cosa passò per la mente a Giacobbe in quei momenti, ma in lui avvenne qualcosa di nuovo. In questa occasione non sta sognando come a Betel, ma qualcosa di reale e concreto sta accadendo, e non può permettere che come a Betel tutto finisca come con un risveglio dal sonno, senza aver ricevuto qualcosa di concreto. Continua a lottare perché vuole ottenere qualcosa di speciale ed importante. E tu stai lottando per ottenere da Dio quello che Egli stesso è venuto a donarti per grazia mediante la fede: una vita nuova in Cristo Gesù? Giacobbe non si stancò, e così fai tu. Resta attaccato al Signore, tieniLo stretto a te, non lasciarLo andare prima che ti abbia benedetto. 

In quel momento di crisi personale Giacobbe incontra Dio faccia a faccia. Per poterci benedire Dio ha bisogno di tenerci interamente tra le Sue mani. Spesso ci arrendiamo alle nostre debolezze, ai nostri limiti e alle nostre insufficienze, mentre dovremmo solo arrenderci a Dio. Noi non possiamo cambiare la nostra vita, ma Dio può farlo. Quando Dio vide l’insistenza di Giacobbe nel chiedergli di benedirlo, allora lo toccò e quel tocco lasciò un segno nel suo fisico per tutta la vita. Se anche tu tenacemente chiedi a Dio di benedirti, proprio come fece Giacobbe, Egli lo farà. Noi desideriamo un tocco come quello, che duri tutta la vita. Giacobbe, come conseguenza dell’incontro di quella notte con Dio, dovette appoggiarsi per tutta la vita ad un bastone; noi vogliamo e dobbiamo appoggiarci ogni giorno della nostra vita a Dio perché Egli è la nostra forza e il nostro sostegno.

Un uomo completamente trasformato e sostenuto dalla potenza e dalla grazia di Dio.

Tratto dalla meditazione di Domenica 19/01/2020 del Past. Salvatore Cignolo

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Guarigione http://www.lucesulsentiero.it/wp/guarigione/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/guarigione/#respond Thu, 02 Apr 2020 13:23:07 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1301

  Così parla il Signore: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e fa della carne il suo braccio, e il cui cuore si allontana dal Signore! … Benedetto l’uomo che confida nel Signore e la cui fiducia è il Signore!”  (Geremia 17:1-14)

L’intero testo biblico, parla di un male che viene evidenziato ed analizzato dal Signore stesso, quale malattia del cuore. Infatti nel testo al verso 9, è detto che il cuore è insanabile. Perciò il quadro clinico che Dio presenta dell’uomo, è quello di una persona che vive con un cuore malato perché infettato da un virus letale che si chiama peccato (v.1).
Quando la Bibbia parla di “cuore”, non si riferisce all’organo fisico che pompa il sangue in tutto il corpo, bensì alla parte più interiore e profonda dell’essere umano composta da intelletto, emozioni e volontà. Lontano dal Signore il cuore dell’uomo è disperatamente corrotto e malvagio, incline ad ogni male e le vie che persegue conducono inesorabilmente alla perdizione.

L’uomo in una tale condizione, con un cuore così infettato dal peccato e dal male, cercherà sempre un rimedio umano alla soluzione del proprio dramma. La natura umana cerca sempre vie e rimedi che sono contrari alla volontà di Dio. In questo si realizza la Parola del Signore che dichiara: “maledetto l’uomo che confida nell’uomo”. Le soluzioni che si cercano per la guarigione di una parte del nostro essere che è spirituale ed interiore, del cuore, che non tengono conto della rivelazione di Dio, e del rimedio che Egli offre all’umanità, sono chiaramente rimedi che mettono al centro le capacità e i mezzi umani.
L’uomo continua ad affermare che può farcela da solo, e che non ha bisogno del Signore per guarire da questo male. Il cuore dell’uomo continua imperterrito a negare a se stesso la propria debolezza, l’incapacità davanti ad un male così virulento e mortale di risolverlo, mentre orgogliosamente presenta se stesso come essere autosufficiente, il quale “fa della carne il suo braccio”. L’uomo continua a seguire le sue vie, i suoi rimedi allontanandosi sempre più da Dio ed il suo cuore rischia di diventare sempre più duro nei confronti di Dio. Quando si continua a rifiutare la Sua Parola, l’uomo si pone in una situazione molto pericolosa, e con tutta probabilità non si rende neppure conto di quanto sia grave il suo male.

L’unico rimedio è sperimentare la grazia di Dio, il Suo favore e la Sua misericordia immeritati, per essere guariti ed avere un cuore nuovo, rinascere spiritualmente attraverso la fede in Cristo Gesù. Per questo il profeta Geremia afferma che è benedetto l’uomo che confida nel Signore, e nel verso 14 chiede la guarigione con queste parole: “Guariscimi, Signore, e sarò guarito; salvami e sarò salvo …”.

Soltanto Dio può trasformare totalmente la vita di una persona, donandogli un cuore nuovo che sappia allontanarsi dal male e seguire la via di Dio, gioendo nel fare ciò che il Signore desidera. Solo in Gesù c’è guarigione e una vita nuova con un cuore nuovo! Confidiamo nel Signore ed appoggiamoci al Suo braccio, poiché da Lui viene la nostra salvezza! Oh, Signore, Tu sei la nostra lode!

Meditazione del 02/04/2020 a cura del Past. Salvatore Cignolo

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Perdono fra fratelli http://www.lucesulsentiero.it/wp/perdono-fra-fratelli/ http://www.lucesulsentiero.it/wp/perdono-fra-fratelli/#respond Tue, 31 Mar 2020 06:00:30 +0000 http://www.lucesulsentiero.it/wp/?p=1266

Esaù odiava Giacobbe, …. (Genesi 27:41);
Poi Isacco spirò, morì e fu riunito al suo popolo, vecchio e sazio di giorni; Esaù e Giacobbe, suoi figli, lo seppellirono
(Genesi 35:29)

Esaù e Giacobbe sono fratelli, più precisamente gemelli. Esaù, diventerà un cacciatore, mentre, Giacobbe preferirà rimanere nelle tende. La loro vita familiare, con Isacco e Rebecca, sarà fortemente segnata dall’odio: Esaù odiava Giacobbe, …. (Genesi 27:41). L’odio sorge nel cuore di Esaù verso Giacobbe, dopo che la benedizione del padre Isacco fu data a Giacobbe, il quale, per riceverla si era travestito con gli abiti di suo fratello. Esaù rientrato per ricevere la benedizione scopre l’imbroglio messo in atto da Giacobbe. Da questo momento, Esaù proverà un forte odio nei confronti di Giacobbe, che sarà costretto a fuggire, perché il fratello lo vuole morto. Giacobbe lascerà la casa paterna e andrà a vivere per circa venti anni presso lo zio Labano, nella Mesopotamia settentrionale. Ritroviamo i due gemelli, Esaù e Giacobbe, in pace e senza alcun odio, nel giorno del decesso del loro padre: Poi Isacco spirò, morì … Esaù e Giacobbe, suoi figli, lo seppellirono (Gen. 35:29). Da circa venti anni da quella fuga, Dio richiama Giacobbe a ritornare in Canaan, dove incontrerà Esaù. L’incontro sarà riconciliante tra i due gemelli, perché nella notte precedente Giacobbe aveva incontrato Dio ricevendo il Suo perdono.

Carissimi, quanti non riescono a perdonare i loro fratelli e non riescono a vivere più insieme, anche davanti alla morte di un genitore! Con il perdono di Dio riusciamo, prima che la nostra vita terrena si chiuda, a perdonare il nostro fratello e a trasformare l’odio in perdono.

Dio ci benedica!

A cura del Past. Dott. Antonino Carlo Manuguerra

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